CASTEL SAN NICCOLO’ (loc. STRADA) (AR), Pieve di San Martino a Vado
- Paolo Salvi
- 7 giorni fa
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STORIA La Pieve di San Martino a Vado, collocata in pianura, aveva un piviere che si estendeva sulle montagne circostanti. La sua costruzione risale all’XI secolo ma non ci sono documenti d’archivio a fornire altre notizie o datazioni cui fare riferimento prima del Trecento. Secondo la tradizione la pieve è una delle fondazioni ecclesiastiche operata su impulso della contessa Matilde di Canossa e sarebbe già attestata da documenti risalenti al 1028 dove appare in un atto di donazione al monastero di San Miniato al Monte a Firenze. In origine il nome della pieve era san Martino di Terdinula e, forse per la presenza di un guado del fiume Solano, successivamente prese la denominazione di San Martino a Vado (atto di Anastasio IV, 1153). È probabile che ad una prima fondazione del primo XI secolo ad opera dei Conti Guidi, signori del territorio casentinese, si succedesse una riedificazione a cavallo del XII secolo sotto l’egida della contessa Matilde. Le inondazioni causate dal fiume Solano nel 1745 portarono a cospicui interventi sull’edificio che assunse una connotazione tardo barocca; inoltre, vennero demoliti il campanile che si trovava in facciata e l’abside. La pieve è stata riportata all’aspetto originario coi restauri intervenuti tra il 1961 e il 1971 quando si eliminarono anche otto altari laterali. Tali interventi comportarono anche l’abbassamento del piano pavimentale di più di un metro, rimettendo in luce i basamenti delle colonne.

ARCHITETTURA
Tra le pievi del Casentino è l’unica che conserva la conformazione della facciata originale, nonostante le alterazioni delle epoche successive. Questa è ampia e a salienti e forata al centro sopra un semplice portale architravato, forse cinquecentesco o successivo, da una finestra rettangolare al posto dell’originaria bifora romanica. La bella muratura in bozze ben squadrate di arenaria e sottilissimi giunti di malta risplende nelle sue sfumature cangianti dal beige al grigio.
La chiesa è illuminata da strette monofore romaniche sia nella parte superiore della navata maggiore che nelle navate laterali, dove in modo del tutto originale si aprono piccoli oculi, riscontrati anche nelle pievi di Romena e Montemignaio, sempre nel Casentino. Questo particolare costruttivo farebbe propendere all’edificazione dei tre edifici da parte di un’unica maestranza.

L’impianto della pieve è quello basilicale a tre navate divise in sette campate da colonne in arenaria monolitiche su cui si impostano le arcate a tutto sesto. La copertura è a capriate a viste nella navata maggiore mentre le laterali nel Settecento furono coperte da volte a crociera. L’unica abside è rifatta sempre nel XVIII secolo dopo che quella originaria, più piccola, era crollata. Porte e finestre furono presumibilmente rifatte nello stesso periodo.

SCULTURA
Come le citate pievi di Romena e Montemignaio, anche in San Martino a Vado troviamo capitelli dalle forme analoghe, dove gli elementi decorativi si dispongono simmetricamente al centro o ai lati sotto le grandi volute spiraliformi. Inoltre, la tecnica a superficie schiacciata dell’intaglio, ma dalle linee più tondeggianti, fanno pensare ad una datazione leggermente posteriore a quelli di Romena, quindi tra il 1152 e la fine del secolo XII al più tardi. Circa le maestranze che operarono la Bracco rileva che “lombarda è la decorazione vegetale, descritta con tratti nitidi e minuziosi, che orna con profusione abachi e capitelli, motivo che ritroviamo a Romena. Lombarda è la raffigurazione zoomorfica non solo nel modellato ma anche nel muso tronco, tanto simile al corto becco di certe aquile della scultura comasca (vedi San Michele a Pavia)”. Ma accanto a questi modi di ascendenza lombarda la stessa riscontra la presenza nelle pievi casentinesi di elementi comuni francesi, di origine alverniate, in particolare nella presenza di volute nel capitello corinzio “il cui uso fu in Alvernia non solo vasto ma esclusivo” (Bracco, 1971).

Il consueto repertorio del romanico ci appare nelle sue molteplici declinazioni; volute, stelle, palmette stilizzate, foglie e fiori, figure antropomorfe e zoomorfe, si mescolano e si confrontano con elementi locali come le foglie di castagno nella “metamorfosi dello stile corinzio”. Concludiamo con la descrizione del Salmi delle chiese casentinesi: “La Pieve di Stia, quella di San Martino a Vado presso Strada, quella di Romena a tre navi ed unica abside, sebbene più o meno rimaneggiate, tutte con colonne dall’entasi accentuatissima, aggiungono alla chiarezza della spartizione una primordialità viva, una rurale gagliardia nei capitelli ingenuamente fantastici d’ispirazione classica, corinzi o compositi, bensì talvolta con echi della flora locale ovvero con zoomorfiche contaminazioni nordiche od orientali, con figurazioni di telamoni e di prelati, come a Stia, ovvero con sacri episodi, come a Romena”.

Testo e fotografie: Paolo Salvi
Bibliografia:
Mario SALMI, L’ARCHITETTURA ROMANICA IN TOSCANA, Milano Roma, 1928
Mario SALMI, CHIESE ROMANICHE DELLA TOSCANA, Electa, Milano, 1961
Alfio SCARINI, PIEVI ROMANICHE DEL CASENTINO, Cortona, 1977
Maria BRACCO, ARCHITETTURA E SCULTURA ROMANICA NEL CASENTINO, Firenze, 1971

DOCUMENTAZIONE FOTOGRAFICA


















































































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