PIEVE A SÒCANA (AR), Pieve di Sant’Antonino
- Paolo Salvi
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STORIA
L’origine di Sòcana è etrusca e la cittadina doveva essere un grande centro dove convergevano vie importanti per il territorio del Casentino ancora prima del IV sec. a.C. quando l’invasione dei Galli spinse gli Etruschi ad arroccarsi sui colli circostanti il fondovalle. Gli scavi archeologici realizzati tra il 1969-72 hanno messo in luce un tempio etrusco ed un’ara votiva immediatamente localizzata dietro l’abside della pieve millenaria. Dal II sec. a.C. il territorio viene romanizzato e nel luogo della futura chiesa abbiamo costruzioni che si sviluppano intorno al tempio preesistente.
Alla fine del periodo romano e durante le invasioni barbariche è possibile far risalire la diffusione del Cristianesimo in tutto il territorio del Casentino. È in questo periodo che avviene l’organizzazione ecclesiale delle Pievi che sarà completata nel VI sec. Questo fenomeno deve aver preso impulso dall’Editto di Onorio, promulgato nel 398 a Milano, con il quale si ordinava ai vescovi di insediare in ogni pago o villaggio un adeguato numero di chierici a seconda dell’importanza del centro.
Come consuetudine, i Cristiani giunti a Sòcana si sono insediati sul precedente luogo di culto etrusco-romano, riutilizzandolo parzialmente. Con l’estendersi dell’evangelizzazione, verso il VII-VIII secolo fu necessario un luogo di culto più confacente e venne costruita la grande chiesa madre basilicale rinvenuta durante i già citati scavi archeologici. Questa chiesa era probabilmente la più antica della diocesi di Arezzo, che ricalcava il municipium romano, che condivide con quella di Fiesole il territorio aretino. Dall’indagini sono emerse le fondazioni di un edificio e varie sepolture barbariche.

La primitiva pieve aveva un impianto basilicale con tre navate di sette campate terminante in tre absidi semicircolari, la pavimentazione in lastre ed un altare con quattro colonne che sorreggevano il ciborio. Il muro della navata di destra è ancora visibile per il livello pavimentale più basso della costruzione odierna, mentre a sinistra sono sotto l’attuale pavimentazione, più alta. Una seconda chiesa del VII-VIII secolo è emersa dagli scavi; nella parte absidale l’abside di destra, interrata, è ancora esistente, mentre quella di sinistra è stata demolita parzialmente per mettere in evidenza il tempio etrusco; la parte esagonale del campanile è pertinente a questo periodo. All’interno della chiesa possiamo individuare alcune parti di questa seconda chiesa paleocristiana: nel presbiterio sotto un vetro di protezione c’è il basamento dell’altare e delle quattro colonne del ciborio. La chiesa era a tre navate della medesima ampiezza dell’edificio attuale, che erano divise in sette campate da cilindriche colonne monolitiche, di cui ora possiamo vedere alcuni basamenti e due colonne di fondazione che partono dal piano del tempio etrusco che è 30 cm più in basso. Al termine della navata destra si vede un pavimento di lastre di pietra con una gradinata di tre scalini. Un pavimento particolarmente freddo che aveva spinto a costruirne uno superiore in legno contro il clima rigido della zona. Purtroppo, dalle tracce emerse, risulta che questo fu la causa di un incendio distruttivo che portò alla distruzione della chiesa paleocristiana.


LA PIEVE ROMANICA
Il primo documento che nomina la pieve di Sòcana sono documentate dal Regesto Camaldolese del 1004 a cui seguono gli Annali Camaldolesi nel 1008, che successivamente la ricordano come Pieve di Soccone. Nel 1085 si ricorda il cambiamento del titolo della chiesa da Sant’Antonino a San Pietro.Circa la datazione della chiesa attuale vi sono state diverse discussioni. Il Salmi la ritiene della fine del XII secolo, altri addirittura del XIII. Da un documento emerso nell’Archivio di Stato di Firenze appare che la pieve venne iniziata nel 901 e terminata prima dell’anno Mille. Il materiale per la costruzione di questo nuovo edificio venne in parte prelevato dal tempio etrusco, costruito con pietre di grandi dimensioni visibili ora sulla parete destra e ne battistero, in parte prelevato da cave del vicino Poggio Maggio e messe in opera da maestranze locali e non dai più celebri lapicidi lombardi. L’edificio era di cinque campate, la quinta più stretta.

Nel 1440 Nicolò Piccinino, al servizio dei Visconti, occupò il Casentino e distrusse diversi edifici, tra cui la pieve che perse due campate e si ridusse quasi a metà lunghezza. I materiali vennero reimpiegati nella canonica ed in abitazioni adiacenti, dove infatti possiamo notare pietre ben sbozzate in tufo, in arenaria e in alberese.
In seguito, le pareti vennero ricoperte da un pesante strato di intonaco e, in epoca barocca, vennero addossati alle pareti diversi altari. L’altare maggiore nascondeva completamente l’abside.

Nel 1922-23 vennero i primi restauri intesi a modificare aspetto la pieve: fu rafforzato il tetto, ridipinte le capriate lignee, costruiti due altari laterali, il fonte battesimale collocato dentro la parete destra. I lavori vennero effettuati dal pievano Palarchi e solo in parte finanziati dalla soprintendenza. Nel 1966 la pieve versava in condizioni disastrose e nel 1967 iniziarono i lavori di restauro che si conclusero nel maggio 1972. Questi lavori cominciarono dalla pavimentazione, carica di umidità, dove vennero ritrovate diverse tombe e venne abbassato il pavimento di 80 cm. L’altare maggiore barocco fu demolito e sostituito da uno più semplice e confacente il nuovo spirito della pieve, le pareti e l’abside furono liberate dagli intonaci e riportata la pietra a vista. Nell’abside furono anche riaperte le originali buche pontaie. All’esterno venne rimosso il terrapieno anteriore e posteriore ridando slancio al fabbricato, ma dovettero essere aggiunti tiranti e catene alle pareti che denunciavano i primi segni di dissesto.

ARCHITETTURA
La terza chiesa, secondo lo Scarini del X secolo mentre per la Bracco per vari aspetti stilistici riconducibile alla seconda metà del XII secolo, era a pianta basilicale a tre navate con un’unica abside semicircolare. Era suddivisa longitudinalmente in cinque campate da quattro coppie di pilastri a sezione rettangolare, con la campata antistante il presbiterio leggermente ridotta. Questi pilastri hanno uno stretto abaco decorato a palmette o intrecci e su di essi si impostano ampie arcate simili alla pieve di Corsignano. Questa tipologia riscontrata frequentemente nell’arte lombarda confermerebbe la datazione posteriore al 1150. La copertura delle navate era a capriate lignee.

Quasi addossato al lato settentrionale è la torre campanaria della pieve, che ha la caratteristica forma cilindrica nella metà inferiore che per lo Scarini sarebbe addirittura di origine romana in ragione “della forma architettonica, dal materiale adoperato e dall’ubicazione” (A. Scarini, 1996). La torre ha una muratura di spessore 1,20 m con fondazione al di sotto di quella delle chiese cristiane, e quindi precedente, è costruita con muratura a sacco di grosse pietre locali e riempita internamente con ciotoli del fiume Arno. Il paramento è scandito da lesene che lo campiscono per tutta l’altezza. Di ben altro avviso è Maria Bracco che, condivisibilmente, la indica come emanazione dell’architettura ravennate che nel VI-VIII secolo aveva campanili tipicamente cilindrici. Questa ipotesi è avvalorata dal fatto che vi erano stretti rapporti fra Ravenna e Arezzo attraverso la via Ariminensis, e dal raffronto col campanile senese della pieve di Corsignano presso Pienza, databile al IX-X secolo. Il campanile nella parte superiore ha pianta esagonale in laterizio con ampie aperture della cella campanaria, probabilmente riferibile alla fine del XII secolo. La chiesa attuale ha perso le prime tre campate e la facciata è stata ricostruita dopo il 1450 circa.

Testo e fotografia: Paolo Salvi
Bibliografia essenziale:
Alfio SCARINI, PIEVI ROMANICHE DEL CASENTINO, Cortona, 1977
Alfio SCARINI, PIEVE A SOCANA, ARTE STORIA E SACRALITA’, Cortona, 1996
Maria BRACCO, ARCHITETTURA E SCULTURA ROMANICA NEL CASENTINO, Firenze, 1971

GALLERIA FOTOGRAFICA


































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