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  • Paolo Salvi

ISSOIRE, Abbatiale de Saint-Austremoine
































































L’abbaziale benedettina di Saint-Austremoine venne costruita verso il 1130 ed è la seconda costruita tra le cinque maggiori chiese d’Alvernia. La chiesa è dedicata a Austremoine (Stremonio), primo vescovo di Clermont ed evangelizzatore dell’Alvernia nel III sec.

STORIA

Issoire nel VI sec. era sede di una parrocchia con le reliquie del santo, ma queste vennero traslate da Avit II, vescovo di Clermont, da Issoire a Volvic (675-690) e collocate insieme a quelle del suo predecessore Saint-Priest. Da qui vennero ulteriormente traslate alla vicina Mozat (848) sotto Pipino II d’Alvernia.

I primi documenti che citano un edificio religioso dedicato a Saint-Austremoine sono della seconda metà del X sec., quando i monaci dell’abbazia di Charroux nel Poitou intervennero nella ricostruzione. L’abate Gislebertus costruì una basilica mirae magnitudinis verso il 940. La ricostruzione dell’attuale abbaziale avvenne, secondo un’ipotesi, a partire dal secondo terzo del XII sec. e segue il modello delle altre chiese dette “maggiori” d’Alvernia, come Saint-Nectaire o Orcival.

L’abbazia ebbe uno sviluppo nei secoli XIII-XIV (24 monaci residenti) per poi cominciare a regredire con la riduzione in commenda alla metà del XV secolo (20 monaci e poi 6 dal XVII sec.), a causa della mancanza di mezzi e dell’interesse degli abati, nonché a seguito di terremoti.

Tuttavia fu un abate commendatario, Antoine Bohier, che intraprese nel XV sec. importanti lavori nell’abbazia, tra cui la costruzione di un nuovo chiostro.

Nel 1575, durante le guerre di Religione, il capitano Merle al soldo dei protestanti, s’impossessò di Issoire, il monastero saccheggiato e dei monaci vennero massacrati. Le torri subirono danni ingenti e crollarono.

La chiesa sopravvisse poi ai guasti della Rivoluzione e nel XIX sec. intervennero i restauri, alcuni anche piuttosto falsificanti; la facciata venne ricostruita con uno stile freddo, quindi due campanili pseudo-romanici, uno in facciata (1845) l’altro sul transetto (1847), le coperture in lastre di lava e soprattutto l’interno (1857-59) con le eccessive e sgargianti dipinture policrome.

Il 3 luglio del 2016 divampò un fuoco di origine dolosa nella chiesa, danneggiando mobili ed un quadro.

ARCHITETTURA

L'abbaziale di Saint-Austremoine, costruita in arcose bionda del Montpeyroux, un’arenaria, è la chiesa più ampia (65,10 m di lunghezza) della Limagne, la zona pianeggiante del Puy-de-Dôme lungo il corso dell’Allier. Essa, esteriormente, è anche la più ricca di decorazioni e, come di sovente in Alvernia, mostra la sua parte più affascinante proprio all’esterno, ovvero nella ricca parte absidale.

Come detto la facciata venne ricostruita in uno stile romanico molto severo e spoglio intorno al 1845, con una torre centrale impostata sull’antico nartece.

Originali sono invece i fianchi sud e nord (in restauro al momento della mia visita) costituiti da sette arcate cieche entro cui si aprono ampie monofore e sormontati da un’ampia galleria di trifore, corrispondenti ad ogni arcata sottostante.

La testata del transetto nord, rinserrata tra due stretti contrafforti, si erge sopra un alto zoccolo ed è distinta in tre registri: nel primo, due alte arcate cieche impostate su una semicolonna contengono due ampie monofore centinate; nel secondo registro sono tre monofore di taglio più piccolo, poggianti su una sottile cornice, con conci cromaticamente alternati nella ghiera; il terzo registro, sopra un marcapiano aggettante sorretto da mensole, è costituito dal timpano entro cui è una finta loggia a trifora, con arcate basse e ampie, di cui la centrale trilobata.

Il corpo absidale è di rara bellezza: un’abside possente contornata da pregevoli cappelle radiali (quattro semicircolari e quella assiale originalmente quadrata), a cui si aggiungono le due, orientate, addossate ai bracci del transetto. Le gronde sono rette dalle tipiche mensole "à copeaux" e sorreggono una cornice "à billets", dal caratteristico disegno a scacchiera che alterna vuoti e pieni.

Come di frequente nelle chiese alverniate una cornice "à billets" (un cordoncino dentellato) abbraccia il perimetro dell'edificio, decorando la ghiera delle finestre.

Sopra di essa nelle absidi si distende una decorazione bicroma a losanghe e superiormente, sotto le mensole, una fascia liscia che accoglie scolpiti a rilievo i simboli dello zodiaco. Nella parte inferiore, lo zoccolo, si notano le aperture che danno luce alla cripta.

L’abside semicircolare è preceduta da un corpo quadrangolare e si eleva sopra le cappelle radiali; è aperta da ampie monofore con ghiere a conci alternati rosati e grigi, tra le quali sono di disposte delle piccole finte logge trabeate, costituite da tre colonnette con capitellini, e inquadrate tra cornici marmoree policrome, lisce quella inferiore e le laterali, a dentelli quella superiore.

Sopra di esse una fascia a decori geometrici policromi, dove entro tondi bianchi sono fiori ad otto petali grigi a forma di losanga, sormontati da una fascia bicroma a piccoli triangoli equilateri dal vertice rivolto verso il basso.

Nella parte superiore dell'abside maggiore le gronde sono rette dalle tipiche mensole "à copeaux" (a ricciolo) e sorreggono una cornice "à billets", dal caratteristico disegno a scacchiera che alterna vuoti e pieni.

Il corpo absidale è dominato dal massif barlong ovvero il poderoso corpo della crociera del transetto (tiburio), anch’esso caratteristico del romanico d’Alvernia, con quella forma a parallelepipedo dagli spigoli smussati verso nord e sud. Su di esso emerge slanciata l’ottagonale torre campanaria, opera di restauro ottocentesco (1847). Il tiburio è ingentilito sul perimetro da una sequenza di arcate cieche in cui talora si aprono strette monofore ed in altre nicchie semicircolari. Queste arcate hanno le ghiere con conci cromaticamente alternati ed una leggiadra cornice sopraciliare, anch'essa policroma.

L’impianto planimetrico dell’edificio è a tre navate con transetto; la navata maggiore, di sette campate rettangolari, è coperta da volta a botte senza sottarchi, tranne uno tra la terza e la quarta campata rette da semicolonne addossate ai pilastri; uno analogo dove essere tra quinta e sesta campata, ma le semicolonne esistenti non portano alcunché. Le navate laterali, con campate quadrate, sono coperte da volte a crociera e ogni campata è separata dalla successiva da un’arcata trasversale, impostata sulle semicolonne del pilastro interno e della parete laterale. Ne risultano così una serie di pilastri in parte trilobati ed in parte quadrilobati.

L’impatto con l’interno è a tutta prima traumatico per uno spirito purista del romanico, in quanto tutte le superfici parietali e non sono ricoperte da ridipinture ottocentesche (1857-59) dai colori vivaci, con una certa prevalenza del rosso granata delle semicolonne addossate. Mentre il Craplet trova deprecabile tale ridipintura, il Phalip lo definisce “non più criticabile delle pitture gotiche in un insieme romanico” (op. cit. p. 120). E certamente ci vuole un certo tempo di adattamento per riuscire ad accettarle, se non apprezzarle.

Sulla navata maggiore, poste sopra le volte delle laterali, si aprono le gallerie mediante trifore con archi a pieno centro a nord e perlopiù trilobati a sud.

Il corpo trasversale del transetto, coperto anch’esso da una volta a botte e largo quanto la navata maggiore, forma all’incrocio con questa la campata quadrata della crociera, su cui è la cupola dalla forma non propriamente emisferica ed impostata su trombe angolari. Le facciate interne delle testate del transetto hanno un motivo ricorrente in Alvernia: al secondo registro due ampie finestre ad arco inframmezzate da una arcata cieca cuspidata (arc en mitre). Superiormente si aprono tre monofore di minori dimensioni. Sui due bracci del transetto, verso est, si aprono due absidiole semicircolari.

Dal transetto si accede al coro, costituito da una campata rettangolare ed il successivo emiciclo delimitato da otto colonne a separarlo dal deambulatorio anulare, su cui si aprono le cinque cappelle radiali. Sotto il presbiterio si distende una cripta illuminata da ampie finestre ad arco che si aprono nello zoccolo delle cappelle radiali. Ripete lo schema superiore con deambulatorio separato da otto tozze colonne che reggono volte a crociera, ma al centro, in corrispondenza del coro, sono quattro massicci pilastri cilindrici che reggono lastre in pietra. Le colonne sono concluse da semplici capitelli con abaco quadrato ed echino a tronco di piramide rovesciata che si raccorda alla circonferenza del sostegno. Tre delle cinque cappelle radiali hanno interiormente una forma quadrata, quella in asse e le due laterali. Questo doveva essere il luogo del “martyrium” ovvero dove si conservavano le reliquie. Attualmente accolgono un pregevole reliquiario in smalto proveniente da Limoges. La cripta di Issoire ha la stessa conformazione planimetrica di quelle di Orcival e Notre-Dame du Port a Clermont, ma rispetto a queste ha lungo la parete del deambulatorio una teoria di 22 colonne che la ingentiliscono e movimentano ulteriormente.

SCULTURA

Gli elementi scultorei sono un altro elemento di pregio dell’abbaziale; in particolare i quattro capitelli istoriati che si trovano nel coro e narrano le storie della Passione di Cristo. Tra questi il più celebrato è quello dell’Ultima Cena, frutto di una creazione del tutto originale nella raffigurazione di una scena classica come quella del Giovedì Santo; l’autore infatti utilizza l’intero capitello per disporre sul perimetro la tavola imbandita con Gesù e gli Apostoli geometricamente all’interno dell’anello creato dal desco. Zygmunt Swiechowski ha ipotizzato per questi capitelli maestranze provenzali itineranti e la sua importanza risiede nel fatto di essere presumibilmente modello per altri capitelli notevoli, ovvero quello della moltiplicazione dei pani e dei pesci di Saint-Nectaire e quello analogo di Chauriat. Gli altri tre capitelli istoriati del coro, anch’essi pregevoli, rappresentano, con quattro scene su ognuno, il Santo Sepolcro, la Gerusalemme Celeste, la Passione.

Lungo la navata maggiore a sinistra, tra gli archi longitudinali, altri quattro capitelli rappresentano temi classici per l’Alvernia: il domatore di scimmie, i centauri, un personaggio tra i fogliami, i centauri cacciatori di lepri. Nel transetto, presso l’absidiola nord, quello del demone che trattiene per una corda due peccatori e il sempre presente portatore di montoni, mentre presso l’absidiola sud è raffigurato un personaggio alato che cavalca un montone. I capitelli della navata e del transetto sono di fattura più grezza ed i lineamenti delle figure marcati e dallo stile popolaresco.

Foto e testi di Paolo Salvi, ad eccezione di alcune foto di Luca Giordani e altri autori indicati

BIBLIOGRAFIA

Bernard CRAPLET, AUVERGNE ROMANE, coll. La nuit des temps, 1992, La Pierre-qui-Vire, Éditions Léon Bruno PHALIP, AUVERGNE ROMANE, 201c3, Éditions Faton, Dijon, p.118-124

Bruno PHALIP, L’ART ROMAN EN AUVERGNE – Un autre regard, 2003, Éditions Créer, p.96-104 Zygmunt SWIECHOWSKI, SCULPTURE ROMANE EN AUVERGNE, coll. La Bibliophilie en Auvergne XVI, 1973, De Bussac, Clermont Ferrand Jacques LOUBATIERE, BIBLE de l’ART ROMAN, 2010, p. Jacques BAUDOIN, AUVERGNE, TERRE ROMANE, 1993, p. Francis DEBAISIEUX e altri, LES TRESORS DE L’AUVERGNE ROMANE, 2008, p. Francoise LERICHE-ANDRIEU, ITINERAIRES ROMANS EN AUVERGNE, coll. Les travaux des mois, 1978,

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